DL 180/2008: la Gelmini limita i danni novembre 14, 2008
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Sortisce effetti sul governo Berlusconi la pressione delle grandi proteste di piazza portate avanti dagli studenti della Pubblica Istruzione contro il famoso decreto Gelmini sulla scuola e la legge 133 sull’università e la ricerca. Infatti, nella data del 6 novembre, contestualmente all’approvazione definitiva da parte del Senato del decreto Gelmini sulla scuola, in Consiglio dei Ministri si vara il decreto 180 contenente “Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca”.
Il decreto, che riguarda il mondo universitario, è una sorta di risposta del governo Berlusconi alle manifestazioni di piazza dell’intero settore scolastico: abbastanza snello, contiene 3 articoli più uno di copertura finanziaria.
Vediamo cosa riguardano queste disposizioni urgenti:
- Reclutamento docenti e ricercatori più trasparente: per il reclutamento dei professori di prima e seconda fascia, le commissioni saranno formate da un professore ordinario o associato nominato dalla facoltà e da due professori ordinari estratti a sorte in una lista di professori appartenenti al settore oggetto del bando;
- Allentamento della stretta sul turn over dei ricercatori: cambiando la legge 133, nel triennio 2009-2011 le Università potranno assumere ogni anno un ricercatore ogni due docenti pensionati, anziché uno ogni cinque. Sulla spesa totale, almeno il 60% dovrà servire per assumere i ricercatori e almeno il 10% per assumere i professori;
- Enti di ricerca: non saranno obbligati a ridurre il personale non dirigenziale di almeno il 10 per cento;
- Residenze universitarie: aumentato di 65 milioni di euro il Fondo per la realizzazione di nuovi alloggi. Secondo i calcoli si avranno 1700 posti letto in più;
- Borse di studio: 135 milioni di euro aggiuntivi per il Fondo per le borse di studio. Si calcola che dal 2009-2010 tutti gli aventi diritto potranno usufrirne (ora solo 140.000 su 180.000);
- Sforamento del tetto al 90%: le Università che sforano il tetto del 90% del Fondo per il finanziamento ordinario per gli assegni fissi per il personale di ruolo sono esclusi dalla ripartizione dei fondi stanziati per il reclutamento straordinario di ricercatori (120 milioni nel biennio 2008-2009);
- Stop assunzioni: agli Atenei che sforano il tetto del 90% sarà vietato assumere personale;
- Ripartizione dei fondi: dal prossimo anno il 7% del del Fondo di finanziamento ordinario e del Fondo straordinario sarà ripartito guardando a criteri di qualità.
Ci sono poi una serie di decreti attuativi, da emanare entro il 31 dicembre, riguardanti: nuovi criteri di valutazione per i ricercatori, composizione delle liste di professori delle commissioni, modalità di ripartizione dei fondi tra Università.
La copertura finanziaria di questi provvedimenti sarà a carico dello Stato centrale: verranno ridotte le doti per i ministeri per un importo di circa 236 milioni di euro nel triennio 2009-2011.
Da quello che si evince da questa serie di provvedimenti, il risultato principale che si è ottenuto è quello che si cambi la modalità con cui si affrontano le riforme, ossia dialogando con l’Università e non a colpi di decreti d’urgenza e fiducie.
Entrando nell’analisi, alcune misure si aspettavano da tempo e sono condivisibili, altre sembrano solo una “riduzione del danno” fatto con la legge 133: infatti, mentre da una parte si cerca di qualificare meglio la spesa degli Atenei con provvedimenti mirati, dall’altra non si attenuano i tagli fatti dalla precedente legge (1,4 miliardi di euro da qui al 2013). Ma soprattutto non si cancella quella subdola idea di privatizzare le Università attraverso le Fondazioni.
E’ lodevole l’intenzione di provare a contrastare le baronie con la riforma delle commissioni, così come si cerca di aiutare gli studenti aumentando i fondi per le residenze e borse di studio, oppure di ripartire i fondi per gli Atenei mediante criteri qualitativi e non “a pioggia”. Però non dobbiamo dimenticarci che questo provvedimento non sostituisce, bensì integra la legge 133. Perciò tagli e privatizzazione sono dietro l’angolo.
Un esempio ne è la ripartizione del 7%: questo prima viene tolto a tutti, e poi riassegnato su base qualitativa (ancora da definire). Ciò comporterà una immediata riduzione dei corsi e delle sedi (non necessariamente in eccesso però) a tutti e indistintamente. Questo potrebbe essere stato fatto nell’ottica di rendere gli Atenei più “snelli” e quindi “abbordabili” per i privati.
Il concetto che si sta tentando di far passare è quello che le Università migliori sono quelle che spendono meno, ma ciò non è sempre vero: il parametro di valutazione non dovrebbe essere la spesa, bensì uno standard qualitativo come il ritorno in innovazione o nella formazione tra investimento e risultati.
Perciò il provvedimento appare, nella sua totalità, più un elemento fatto per cambiare qualcosa senza cambiare la generalità dell’intervento, spaccando gli avversari con qualche linea condivisibile.








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