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DL 180/2008: la Gelmini limita i danni novembre 14, 2008

Inviato da andr3a in : Life, Pensieri, Tendenze , trackback

Sortisce effetti sul governo Berlusconi la pressione delle grandi proteste di piazza portate avanti dagli studenti della Pubblica Istruzione contro il famoso decreto Gelmini sulla scuola e la legge 133 sull’università e la ricerca. Infatti, nella data del 6 novembre, contestualmente all’approvazione definitiva da parte del Senato del decreto Gelmini sulla scuola, in Consiglio dei Ministri si vara il decreto 180 contenente “Disposizioni urgenti per il diritto allo studio, la valorizzazione del merito e la qualità del sistema universitario e della ricerca”.

Il decreto, che riguarda il mondo universitario, è una sorta di risposta del governo Berlusconi alle manifestazioni di piazza dell’intero settore scolastico: abbastanza snello, contiene 3 articoli più uno di copertura finanziaria.

Vediamo cosa riguardano queste disposizioni urgenti:

Ci sono poi una serie di decreti attuativi, da emanare entro il 31 dicembre, riguardanti: nuovi criteri di valutazione per i ricercatori, composizione delle liste di professori delle commissioni, modalità di ripartizione dei fondi tra Università.

La copertura finanziaria di questi provvedimenti sarà a carico dello Stato centrale: verranno ridotte le doti per i ministeri per un importo di circa 236 milioni di euro nel triennio 2009-2011.

Da quello che si evince da questa serie di provvedimenti, il risultato principale che si è ottenuto è quello che si cambi la modalità con cui si affrontano le riforme, ossia dialogando con l’Università e non a colpi di decreti d’urgenza e fiducie.

Entrando nell’analisi, alcune misure si aspettavano da tempo e sono condivisibili, altre sembrano solo una “riduzione del danno” fatto con la legge 133: infatti, mentre da una parte si cerca di qualificare meglio la spesa degli Atenei con provvedimenti mirati, dall’altra non si attenuano i tagli fatti dalla precedente legge (1,4 miliardi di euro da qui al 2013). Ma soprattutto non si cancella quella subdola idea di privatizzare le Università attraverso le Fondazioni.

E’ lodevole l’intenzione di provare a contrastare le baronie con la riforma delle commissioni, così come si cerca di aiutare gli studenti aumentando i fondi per le residenze e borse di studio, oppure di ripartire i fondi per gli Atenei mediante criteri qualitativi e non “a pioggia”. Però non dobbiamo dimenticarci che questo provvedimento non sostituisce, bensì integra la legge 133. Perciò tagli e privatizzazione sono dietro l’angolo.

Un esempio ne è la ripartizione del 7%: questo prima viene tolto a tutti, e poi riassegnato su base qualitativa (ancora da definire). Ciò comporterà una immediata riduzione dei corsi e delle sedi (non necessariamente in eccesso però) a tutti e indistintamente. Questo potrebbe essere stato fatto nell’ottica di rendere gli Atenei più “snelli” e quindi “abbordabili” per i privati.

Il concetto che si sta tentando di far passare è quello che le Università migliori sono quelle che spendono meno, ma ciò non è sempre vero: il parametro di valutazione non dovrebbe essere la spesa, bensì uno standard qualitativo come il ritorno in innovazione o nella formazione tra investimento e risultati.

Perciò il provvedimento appare, nella sua totalità, più un elemento fatto per cambiare qualcosa senza cambiare la generalità dell’intervento, spaccando gli avversari con qualche linea condivisibile.

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